BRUTTO.

Ne avevamo letto una recensione quasi entusiasta (vedi qui) di cui salviamo, in parte, solamente la peculiarità delle tavole, delle cere e dei tratti della matita.

Per quanto riguarda la storia salviamo poco o nulla: un’accozzaglia di slogan, bassa retorica, falsi storici e veri e proprio insulti. A partire dalla presunzione di utilizzare il termine “kosovaro” per identificare unicamente l’etnia albanese, come se tutte le altre minoranze – serbe, rom, egiziani e gorani – non esistessero o, peggio ancora, non siano altro che ospiti in quanto la regione è di “proprietà” albanese, come d’altro canto testimonia l’apartheid sostanziale di cui soffrono oggi tutti i non-albanesi.

A questa arroganza lessicale si aggiungono copiose affermazioni assurde: “Un amico che si trovava a Rambouillet mi racconterà che, ogni notte, si sentiva della musica nell’ala del castello occupata dalla delegazione serba. La sua presenza era una pure formalità (non ne faceva parte alcun uomo politico di spicco), e festeggiava”. Niente cronaca, solo bassa retorica dal puzzo sinistro di odio etnico (vedi nota 1).

All’autore facciamo rispondere direttamente dal sito ecn.org in articolo del febbraio 2000: “Perché mentire su Rambouillet? E’ questione di banale ignoranza, o d’incorreggibile pigrizia mentale, o addirittura di malafede? Non è il primo caso in cui delle leggende si installano e diventano dei luoghi comuni. Dopo un anno leggiamo ad es. che “è stato confermato che Racak fu una montatura”, o dopo cinque anni ci capita di sentire che la strage di 37 civili a Sarajevo nell’agosto 1995 (una delle innumerevoli, dato che a Sarajevo morirono migliaia di civili) fu causata dagli stessi Musulmani-Bosniak, “come dice un rapporto Onu”. Non contano tutti i documenti, le analisi, l’evidenza, le testimonianze. Non conta neppure che, per Sarajevo, l’Onu dica esattamente l’opposto di quanto gli viene attribuito. Glielo si continua ad attribuire, semplicemente. E ancora: quanti articoli di giornale hanno affermato che Rugova era contro l’indipendenza del Kosovo? Esempi di questo tipo possono purtroppo essere moltiplicati (almeno) per dieci” (cfr. www.ecn.org).

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Alle falsità si aggiungono volgarità come nel racconto di una perquisizione NATO agli impiegati serbi della casa della radio: “Due impiegati che escono vengono perquisiti minuziosamente. L’uomo non nasconde  il suo disappunto. La donna, invece, ha l’aria di divertirsi” … e la povertà del racconto continua disegnando la ragazza che che si allontana tutta soddisfatta di essere stata palpeggiata …

Nella post-fazione si racconta del feroce pogrom anti-serbo del marzo 2004 citando l’episodio dell’annegamento di due bambini albanesi per mano serba. Ma incredibilmente Jakupi si dimentica di scrivere che l’episodio è un falso documentato e che da più parti viene indicato come un vero e proprio pretesto da parte albanese per scatenare le violenze verso i serbi (vedi nota 2). Una menzogna già smascherata nei giorni successivi ma che è servita a portare morte e distruzione tra la popolazione serba e immense perdite, incalcolabili, del patrimonio artistico della regione, una fra tutte la distruzione della chiesa medievale dedicata alla Bogorodica Lijvska di Prizren, lasciata bruciare per due giorni e poi addirittura vandalizzata con scalpello e martello perché il fuoco non aveva distrutto abbastanza. Tutto davanti ai soldati tedeschi della Kfor.

Menzogna a cui contribuirono in maniera massiccia anche i giornali italiani:

  • “La polizia dell’Onu ha sparato candelotti lacrimogeni e proiettili di gomma per tenere a bada la folla di albanesi in tumulto per l’annegamento di tre ragazzi albanesi, di 8, 11 e 12 anni, caduti o spinti nel fiume Ibar dopo essere stati inseguiti da un gruppo di serbi che avevano utilizzato anche dei cani” – Repubblica, 17 marzo 2004 (link)
  • “La loro vita come una breve, triste sinfonia. Il miglior epitaffio in memoria di Avni ed Egzon è del loro professore di albanese. «Nati in anni di libertà negata e, ironia della sorte, morti all’ alba del nuovo Kosovo», dice tra le lacrime Aslan Istret. Avevano 11 e 12 anni e ora giacciono sotto due palmi di terra sulla collina di Uka che sovrasta Cabra, il loro villaggio natale” – La Repubblica, 22 marzo 2004 (link)
  • “Le violenze furono scatenate dalla morte di tre bambini albanesi, annegati il 16 marzo 2004 nel fiume Iber, che divide la città di Kosovska Mitrovica, dove vivono serbi e albanesi. I ragazzini si erano tuffati per sfuggire ad alcuni coetanei serbi che li avevano inseguiti con un cane al guinzaglio” – La Repubblica, 15 maggio 2006 (link)
  • “i quotidiani nazioanli di lingua albanese, primo tra tutti l’autorevole Koha Ditore, gia’ mercoledi mattina si sono affrettati a titolare “Tre bambini albanesi annegano nell’Ibar, spinti dai serbi” – Lettera 22, 17 marzo 2004 (link)
  • ecc. ecc. …

Smentite solo nel 2014:

  • “Aferdyta Syla, direttrice della ONG Community Bulding Mitrovica (CBM), è convinta che la maniera più facile per ridurre le tensioni tra le due comunità sia proprio migliorare le condizioni economiche. “Una volta che tu non hai bisogno di preoccuparti del tuo lavoro, anche gli altri problemi sembrano minori”, spiega. Il timore di Syla, che lavora per l’organizzazione da più di 10 anni, è che si possa ripetere l’escalation di violenza del marzo 2004, quando la diffusione della notizia che tre bambini albanesi erano annegati nell’Ibar a causa di alcuni serbi scatenò una rivolta che si estese a tutto il paese. In pochi giorni 7 villaggi serbi furono rasi al suolo, 28 civili furono ammazzati e 600 feriti, 30 chiese ortodosse – molte di loro patrimonio Unesco dell’umanità – furono bruciate. Giorni dopo, si apprese che la notizia era falsa e che non vi era alcuna responsabilità da parte dei serbi. Ma era troppo tardi: il fiume aveva trascinato via la vita dei bambini e le ultime speranze di convivenza pacifica” – La Repubblica, 7 luglio 2014 (link)

Insomma solo un’accozzaglia di episodi personali distorti dall’odio etnico arricchiti unicamente dal tratto singolare del disegnatore. Un’opera che non aggiunge proprio nulla alla richiesta di pacificazione della regione e che stride fortemente con la situazione odierna creata dai bombardamenti di 15 anni fa. Tutte le atrocità che hanno portato all’ “intervento umanitario” si sono dimostrate infondate e la regione è governata malamente e dal malaffare provocando un’esodo infinito di kosovari-albanesi verso l’Europa del nord, addirittura giocandosi la carta dell’asilo.

Brutto epilogo per quella terra che doveva essere l’Isola che non c’è del nazionalismo albanese, dove il sole dell’avvenire sarebbe sorto ogni mattina e la Grande Albania sorta da li a poco.

 

 

NOTE:

1. LE DELEGAZIONI DI ALBANESI E SERBI A RAMBOUILLET

PROFILO DELLA DELEGAZIONE ALBANESE
IBRAHIM RUGOVA – 53 anni, un professore di letteratura albanese che ha studiato alla Sorbona e gode di un grande seguito in Kosovo, nonché di un forte appoggio da parte dell’Occidente e in particlare degli Stati Uniti. Noto come il Gandhi del Kosovo per una campagna di resistenza passiva al dominio serbo lunga un decennio, che ha comportato la creazione di sistemi dell’educazione e sanitari paralleli dopo che Belgrado ha privato la provincia della sua autonomia nel 1989. Le critiche per non essersi opposto attivamente ai serbi e la nascita del gruppo guerrigliero dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK) hanno indebolito la sua posizione. Eletto “presidente” nel 1992 in elezioni considerate illegali da Belgrado, è stato riconfermato nel 1998 con un voto boicottato dagli altri partiti albanesi. Guida la Lega Democratica del Kosovo (LDK).
FEHMI AGANI – 56 anni, professore di sociologia, membro dell’accademia del Kosovo, è stato uno dei cinque membri fondatori della LDK e coordinatore di un precedente team per i negoziati di pace, che ha avuto numerosi incontri con i mediatori occidentali. Durante gli anni ’60 ha richiesto a più riprese che il Kosovo diventasse la settima repubblica della vecchia federazione jugoslava. Vicino a Rugova, ma rispettato da tutti i gruppi politici.
BUJAR BUKOSHI – 51 anni, urologo, è “primo ministro” del governo in esilio degli albanesi del Kosovo, creato nel 1991 e la cui principale funzione è stata quella di fare pervenire alla provincia i fondi raccolti tra la diaspora albanese. Vive in Germania.
EDITA TAHIRI – 43 anni, laureata in ingegneria, parla inglese ed è la specialista in affari esteri della LDK.
IDRIZ AJETI – 72 anni, accademico, considerato come la principale autorità del Kosovo in fatto di letteratura e lingua albanese, la sua presenza nella delegazione viene considerata di significato soprattutto simbolico.
REXHEP QOSJA – 62 anni, scrittore e accademico che guida il Movimento Democratico Unito (LBD), un’organizzazione fondata la primavera scorsa che raggruppa una dozzina di partiti e ha stretti contatti con l’UCK, raccogliendo inoltre molti ex membri delusi della LDK. Per lungo tempo in conflitto con Rugova, i due si sono rappacificati all’inizio di questa settimana.
HYDAJET HYSENI – 45 anni, giornalista ed ex leader degli studenti durante le dimostrazioni per le condizioni di vita nel 1981, che si sono trasformate in proteste anti-regime. E’ stato inoltre in passato vicepresidente della LDK e ora è membro della LBD di Qosja.
BAJRAM KOSUMI – 38 anni, ex prigioniero politico, considerato come la mente politica più acuta del Kosovo. E’ leader del Partito Parlamentare del Kosovo, in precedenza guidato dal veterano Adem Demaci fino al momento in cui quest’ultimo è diventato rappresentate politico dell’UCK e ha congelato la propria partecipazione al partito.
MEHMET HAJRIZI – 50 anni, segretario della LBD, insegnante ed ex vicepresidente della LDK.
VETON SURROI – 37 anni, partecipa alla delegazione come membro indipendente e non facente parte di alcun partito. Figlio di un diplomatico jugoslavo inviato in America Latina, ha studiato negli USA, in Bolivia e in Messico e parla un eccellente inglese. Pubblica il maggiore quotidiano in lingua albanese del Kosovo, “Koha Ditore”. Attivo politicamente per lungo tempo, è stato membro fondatore del Partito Parlamentare, ha fondato i primi sindacati del Kosovo ed è stato attivo in organizzazioni per i diritti umani.
BLERIM SHALA 35 anni, un altro membro indipendente, è caporedattore del principale settimanale politico in lingua inglese, “Zeri”. E’ un moderato e insieme a Surroi fa parte della generazione più giovane dalla quale con ogni probabilità usciranno i futuri leader politici. L’inviato USA Chris Hill di norma si incontra con lui quando è a Pristina.
HASHIM THAQI – E’ alla guida della direzione politica dell’UCK, è laureato ed è noto per la sua passione per la letteratura. Thaqi ha il nome di guerra di “Serpente” ed è considerato come politicamente abile e ambizioso.
JAKUP KRASNIQI – Portavoce dell’UCK in Kosovo, un ex professore di storia e prigioniero politico che, come molti leader dell’UCK, è stato un tempo membro della LDK, ma ha abbandonato il suo approccio non violento.
RAME BUJA – Un tempo membro della presidenza della LDK, ha passato lungo tempo in prigione. E’ laureato in letteratura albanese e viene considerato dai diplomatici occidentali come di vedute relativamente aperte e come un membro flessibile della direzione politica dell’UCK.
AZEM SYLA – Una figura misteriosa il cui nome di guerra è “Grande Zio”, di cui la maggior parte degli albanesi sa poco. Alcuni lo ritengono il comandante militare supremo dell’UCK. L’unico membro della delegazione noto soprattutto per la sua esperienza militare piuttosto che per quella politica.
XHAVIT HALITI – Anch’egli membro della direzione politica dell’UCK, è stato uno dei primi mebri del gruppo guerrigliero e ha mantenuto stretti contatti con la diaspora albanese in Svizzera e in Germania.

PROFILO DELLA DELEGAZIONE SERBA
La maggior parte della delegazione è composta da veterani dei 18 falliti tentativi di impegnare gli albanesi del Kosovo in trattative bilaterali dal marzo 1998 – un processo rifiutato dalla maggioranza albanese con la motivazione che non vi potevano essere trattative fino a quando i combattimenti continuavano.
RATKO MARKOVIC – Primo ministro serbo, nato nel 1944 a Pozarevac, dove è nato anche Slobodan Milosevic. Professore di legge all’Università di Belgrado, esperto di diritto costituzionale, autore della costituzione serba del 1990. Markovic, che evita i giornalisti, ha una mente molto dotata per i particolari. Membro del Partito Socialista di Milosevic, secondo i suoi critici ha interpretato la Costituzione per aiutare Milosevic a mantenere il potere.
NIKOLA SAINOVIC – Vice-primo ministro jugoslavo, nato nel 1948, ha un master in scienze tecniche. Funzionario municipale della sua città natale di Bor e per un certo tempo responsabile dello sviluppo del bacino minerario della stessa Bor. Da quando è scoppiata la crisi del Kosovo, Sainovic ha sempre accompagnato Milosevic durante i colloqui con le delegazioni estere [Sainovic è colui che gli USA sostengono essere una delle “menti” del massacro di Racak, come avrebbero rivelato presunte intercettazioni telefoniche mai rese pubbliche – a.f.]
VLADAN KUTLESIC – Vice-primo ministro, nato nel 1955, dottore in legge. Autore della costituzione jugoslava, è stato consulente di Milosevic durante la sua presidenza della Serbia. I suoi detrattori dicono che è brusco e sarcastico. Kutlesic è un membro della delegazione jugoslava che partecipa ai negoziati per la divisione delle proprietà della ex-Jugoslavia, un processo in corso da sette anni e che ancora non è stato concluso.
VLADIMIR STAMBUK – Vice-portavoce del Parlamento serbo, nato nel 1942 a Spalato, in Croazia, e laureato alla Facoltà di Filosofia di Belgrado in Scienze Politiche. Stambuk è professore di cibernetica ed esperto di informatica. E’ stato cofondatore della Sinistra Jugoslava Unita (JUL), il partito della moglie di Milosevic, Mira Markovic.
VOJISLAV ZIVKOVIC – nato nel 1949, leader del Partito Socialista Serbo in Kosovo fin dai primi anni ’90. Deputato dei parlamenti di Serbia e Jugoslavia e in passato per lungo tempo corrispondente da Pristina del quotidiano Politika Ekspres.

Gli altri membri della delegazione sono rappresentanti delle minoranze etniche in Kosovo:
GULJBEHAR SABOVIC – membro del governo provvisorio del Kosovo.
REFIK SENADOVIC – rappresentante della comunità etnica musulmana.
ZEJNELABIDIN KURJES – rappresentante della minoranza etnica turca e del Partito Democratico Turco.
IBRO VAIT – rappresentante della comunità etnica gorana.
FAIT JASARI – rappresentante della Iniziativa Democratica del Kosovo, un partito albanese.
SOKOLJ CUSE – rappresentate del Partito delle Riforme Democratiche degli Albanesi.
LJUAN KOKA – rappresentante della comunità etnica rom e presidente del Comitato di Coordinazione dell’Alleanza dei Rom di Jugoslavia.
CHERIM ABAZI – rappresentante della comunità etnica degli egiziani.

(fonte: Reuters, 5 febbraio 1999 – traduzione di A. Ferrario)

 

NOTA 2

L’attacco ai serbi è scattato improvvisamente in tutto il Kosovo
Il comandante delle truppe italiane: “Serviva solo un pretesto” 
“Era tutto programmato Questa è pulizia etnica” “Gli albanesi vanno di casa in casa per uccidere”
Anche il personale Onu è in pericolo. Pronta l’evacuazione
di MONICA ELLENA 

Tanja e Milomir Tosic da Grabac non se ne vanno, non ci stanno a cedere di nuovo alla follia della guerra. “Siamo scappati dalla Croazia dodici anni fa, siamo scappati dal Kosovo cinque anni fa. Non scapperemo un’altra volta. Quando siamo tornati nel 2002 siamo tornati per restare”. Nel minuscolo villaggio alle porte di Klina, nel Kosovo occidentale, i quaranta serbi hanno detto no all’evacuazione della Kfor. Non importa se tutto intorno sta saltando in aria: loro sono rimasti lì, con i soldati italiani a controllare ogni centimetro intorno alle case che sanno ancora di intonaco fresco. Nel vicino villaggio di Bica, poco meno di cento anime, se ne sono andati tutti con gli uomini della Folgore. Ma tutto è imprevedibile, se attaccati, dovranno accettare una nuova fuga.

Nella regione più etnicamente pulita – poche centinaia di serbi da cinque anni sigillati in un pugno di enclavi e monasteri – i manifestanti albanesi hanno invaso tutte le città principali, tirato granate contro il prezioso monastero ortodosso di Visoki Decani, attaccato polizia e Kfor, bruciato le macchine bianche dell’Onu.

Rosario Castellano, comandante della Folgore alla guida delle truppe italiane nella regione di Pec, salta da una chiamata radio all’altra. Lì i manifestanti hanno invaso tutte le principali città, colpendo i pochi serbi rimasti. Nel villaggio di Belo Polje, a ridosso di Villaggio Italia, la principale base italiana nella regione, tutte le case sono state bruciate, gli abitanti evacuati. “Era tutto programmato – spiega Castellano – la risposta è stata troppo immediata, troppo forte. La morte di quei ragazzini è stato un pretesto, avrebbe potuto essere un qualunque evento, hanno usato quello per innescare tutto questo”.

“Io non capisco. Dalla fine della guerra abbiamo avuto esplosioni, bombe, rivolte, scontri, ma questa volta è diverso. Questa volta ogni città, ogni singolo villaggio è esploso ed è esploso contro qualunque cosa serba: persone, case, macchine con targhe serbe, chiese”.

Derek Chapell, portavoce della polizia internazionale, è in Kosovo dal 2000. “Ne ho viste tante, ma questa volta siamo stati colti di sorpresa, è come se ieri tutto fosse scoppiato nello stesso istante, quando arrivavamo in un posto la rivolta era già incontenibile, incontrollabile. O è stato un incredibile atto di rabbia simultaneo o qualcuno aveva pianificato tutto. Non so qual è la risposta, ma tutto questo ha davvero dell’incredibile”.

La polizia può contare su 9710 uomini, di cui 3458 internazionali, il resto locali – serbi e albanesi – del Kosovo Police Service. Tanti, ma non abbastanza.
John Ashok lavora nella municipalità di Klina. Ieri sera, guidare la sua macchina bianca Onu fino a Pec, dove vive, era impossibile. “Il presidente del consiglio municipale ha preso tutti gli internazionali, ci ha messi nella sua macchina privata e ha portato a casa, uno ad uno. Senza di lui non avremmo potuto tornare a casa. Ora siamo bloccati, aspettiamo notizie, le valigie sono preparate nel caso dovessimo essere evacuati all’improvviso”.

Ad ora la situazione è questa: gli albanesi protestano e attaccano, i serbi non reagiscono e scappano, le forze internazionali – polizia e Kfor – fronteggiano e chiedono rinforzi. Che stanno arrivando: le forze Nato di stanza in Bosnia si stanno preparando ad andare in aiuto dei circa 20 mila soldati nella regione in fiamme.
“Questa è pura pulizia etnica – dice un ragazzo inglese nella regione da quattro anni – stanno andando casa per casa, per uccidere. Ieri notte gruppi di albanesi hanno attaccato il complesso in cui vivono la maggior parte dei serbi rimasti a Pristina, il cosiddetto edificio YU. Sono entrati negli appartamenti, hanno picchiato a morte, pugnalato e ucciso. È stato tutto pianificato…”.

L’edificio YU, considerato ormai sicuro, non era più controllato 24 ore su 24 da alcuni mesi. Per loro è stato facile entrare.

Nella tranquilla Gjilan, dove circa 180 serbi vivevano più o meno integrati nella città (nell’estate del 1999 erano 5 mila), è il caos. “Ieri pomeriggio da soli, poi in serata con l’aiuto della Kfor abbiamo evacuato tutti i serbi in città, eccetto due anziani che sono voluti restare” spiega Ignazio Matteini dell’Unhcr. Case in fiamme, vicini albanesi allegramente saccheggianti, bambini, adulti, anziani terrorizzati. Alcuni albanesi hanno preso le difese dei serbi attaccati, altri non hanno potuto, altri ancora hanno infierito. “Nella notte abbiamo aiutato alcune famiglie a prendere alcune cose dalle loro case prima di metterli al sicuro”.

Cinque anni fa la Nato intervenne a fermare la pulizia etnica di Milosevic contro gli albanesi. Il risultato fino a pochi giorni fa era un Kosovo etnicamente pulito, al contrario, con poche migliaia di serbi rimasti, prigionieri di quella che tutti chiamavano pace. A guardare il Kosovo oggi diciotto marzo 2004 sembra che gli estremisti si siano svegliati per terminare il lavoro.

( 18 marzo 2004 )

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