Un odio insopprimibile divide ancora la Bosnia

L’architettura istituzionale decisa a Dayton non regge e ha portato allo stallo politico. E all’astio

da Kozarska Dubica (Bosnia)

Sono figli dello stesso sangue. Figli della stessa terra. Hanno le stesse origini. Eppure si fanno la guerra. Se la sono fatta. Hanno ammazzato mogli, figli, mariti. Stuprato le donne.

Commesso genocidi. E sono qui. Vicino casa nostra. Al di là dell’Adriatico. A vent’anni esatti dalla fine del conflitto, la tensione nei Balcani è ancora palpabile, la si percepisce, la si sente, la si vede negli occhi delle persone. Per anni nella ex Jugoslavia si cerca una differenza tra popoli che sono uguali. Una Bosnia divisa, dove l’odio corre ancora.

Siamo lungo la strada che porta a Kozarska Dubica nella Repubblica Srpska, la Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina. Ci accompagnano tre mezzi dell’associazione Love, un’associazione nata nel 2011 con Fabio Franceschini che raccoglie fondi e porta aiuti a questi paesi. Sveglia presto questo mattina. Partiti da Zagabria, la strada è ancora lunga. Il paesaggio mentre ci avviciniamo in Bosnia cambia. La vegetazione si infittisce, si increspa. Le piante spuntano ovunque, gli arbusti tagliano a metà la strada. È mattina presto e la nebbia è fitta. Le case sono ancora diroccate, lasciate a metà, senza pittura, alcune non hanno nemmeno le finestre. Quartieri assembrati di qua e di là, dove in mezzo alle abitazioni spuntano le croci dei cimiteri. Croci ovunque. Spuntano come zampilli per ricordare l’odio dell’uomo, l’orrore, quello che la guerra in questi anni ha prodotto. Le persone più anziane che incontriamo lungo questo viaggio, quelli che si sono visti i soldati entrare nelle case e ammazzare mogli, figli, mariti, quelli che hanno visto le loro case rase al suolo, hanno gli occhi pieni di rassegnazione. Costernazione. Alcuni pieni di rabbia. Arriviamo nel nord della Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina che è quasi ora di pranzo. Ci aspettano per l’inaugurazione di una nuova biblioteca nella scuola elementare di Vuk Stefanovi Karadi, il maggior riformatore della lingua serba. Una scuola che era semidistrutta, quasi rasa al suolo; nel 1995 l’avevano scambiata per un rifugio di soldati serbi e l’avevano bombardata. Qui i bambini sono 676. Una generazione che «traccia sentieri non scordandosi di quelli di ieri», cantano i bimbi in coro, vestiti di bianco, composti e sull’attenti.

Una Repubblica quella serba che geograficamente è in Bosnia ma che si sente serba e desidera avere l’indipendenza. O almeno vedersi riconoscere i diritti all’interno della Costituzione. «La situazione politica in Bosnia Erzegovina è estremamente complicata – spiega al Giornale Darko Banjac, parlamentare ed esponente dell’Alleanza Popolare Democratica, partito bosniaco espressione della comunità serba – e si basa sul condizionamento piuttosto che sull’accordo. Non ci sono movimenti per l’indipendenza, ma questa è il desiderio della maggioranza dei cittadini della Repubblica Srpska perché stanno revocando i poteri alla Repubblica e i rappresentanti legalmente eletti sono perseguitati. La Costituzione e l’accordo di Dayton definiscono tutto ma i diritti della Repubblica Serba vengono violati giorno dopo giorno. La tensione esiste solo perché i bosniaci musulmani stanno facendo di tutto per far sparire la Repubblica Serba».

«Ci piacerebbe essere indipendenti, ma noi ora non stiamo lottando per questo – racconta la bibliotecaria della scuola, Katica Smiljanic -. Ora stiamo lottando perché qui la vita è molto difficile. I giovani sono stanchi perché i politici non lavorano abbastanza. Noi invece vogliamo lavorare, vogliamo avere salari normali e vogliamo stare nella Repubblica Serba. Molti giovani vanno all’estero perché non hanno lavoro e non accettano più questa situazione politica».

Una Bosnia che in seguito agli accordi di Dayton risulta essere divisa in due, la Federazione di Bosnia Erzegovina e la Srpska. Entrambe hanno una loro capitale, una bandiera, uno stemma, un presidente, un parlamento, polizia, dogana e sistema postale. Ma di fatto la Bosnia ha tre presidenti per i tre popoli: serbi, croati e musulmani. Il primo ministro viene scelto dai tre presidenti, ma a un anno dalle elezioni, ancora nulla. «Il presidente musulmano – confida una fonte del Giornale – ricatta il presidente serbo. Questo perché i musulmani e i croati vorrebbero entrare nella Nato, ma i serbi non vogliono (la Nato bombardò la Serbia, ndr). Però se i serbi accettano di entrare nella Nato allora anche il presidente musulmano accetterà che il primo ministro sia serbo. È molto difficile da spiegare perché la gente in Europa ha solo un’immagine dei serbi, Miloevic, Srebrenica, ma non si guarda l’altra parte della stessa immagine. I bosniaci musulmani in più vogliono cancellare la Repubblica Serba, vogliono avere un unico governo, un’unica polizia, tribunali uniti». La tensione corre sul filo del rasoio.

«La politica in Bosnia è rude», ci spiega Nermin Kahriman, un ragazzo di 24 anni nato in Italia e che ora vive a Sarajevo. Parla quattro lingue e fa la guida turistica con percorsi personalizzati soprattutto per gli italiani. «Mio padre ha difeso la Bosnia – dice – se la Repubblica Srpska avesse l’indipendenza non sarebbe giusto. La Federazione bosniaca è multietnica, tutti dovrebbero venire a Sarajevo e vedere cosa vuol dire stare insieme, qualsiasi religione. La Repubblica Serba invece è stata costruita con il genocidio. Migliaia di vittime, Srebrenica, Prijedor; ci vivono persone che erano bosniache e poi hanno deciso di chiamarsi serbi, ma sono bosniaci. Chi voleva la Bosnia indipendente ha difeso la Bosnia anche con il sangue; poi un venti, trenta per cento è passato dall’altra parte. Noi abbiamo fatto la guerra con questa gente e non potremmo mai dividere la Bosnia. Troppo male è stato fatto e la gente non ha quello che sognava di avere». Già, il sogno di vivere in pace che ancora sembra irrealizzabile.

di Serenella Bettin

[originale su Il Giornale]

NEWSLETTER

Iscriviti alla newsletter per essere informato sulle attività di LOVE Onlus